Rss Feed
  1. Posso lodare il libro e odiare il titolo?
    Vedo la copertina e penso scettica se sia l’ennesimo caso di un buon contenuto con una presentazione mediocre – e direi che sia così. Non ho dubbi che l’autrice abbia visto Midnight in Paris di Woody Allen o Il favoloso mondo di Amelie Poulain, come tanti hanno fatto. La Parigi della James, però, l’ha vista solo lei – e forse suo marito e i suoi figli. Paris in Love è una storia d’amore intima e quotidiana tra una donna e una città descritta in gesti, odori e brevi paragrafi. È un diario episodico di una famiglia mentre si muove nella società parigina, circondata da visite di parenti più o meno originali, tra cui un chihuahua grasso e una storia a puntate sui vari tentativi per aiutarlo a perdere peso. La James si racconta tramite gli altri con ironia gentile – e autoironia costante. Alterna lievi aneddoti di inadeguatezza da americana a Parigi alla vita dei suoi figli, piccoli soggetti eccentrici alla ricerca di un loro posto, accompagnati dal suo essere madre premurosa e attenta, mai apprensiva. Condisce la contemporaneità con i ricordi della sua infanzia in una fattoria del Minnesota, approfondendo l’impatto del libro dal titolo banalotte, che rivela vittorie intime su malattie e indecisioni. L’amore per Parigi non è quello per l’estero, nè la modernissima fuga da un ambiente stretto o scomodo, è un attaccamento confidenziale prodotta dal contatto visivo ed emotivo con la bellezza, un altro modo di respirare il tempo della vita.



    Chiara Ferrari

    La recensione su Concretabook
    |


  2. appiccicata alla parete c’era una cartina con tutte le linee
    del Servizio Ferroviario Regionale – Regione Lombardia
    e in mezzo alla cartina qualcuno aveva scritto:“Grazie Martina che mi”[…]
    qualcuno ha scritto grazie a Martina che gli
    che l’ha
    che lo
    non so
    t’immagino bella Martina
    tutta ricciolina
    e il tuo innamorato
    di cui non sappiamo nulla
    non è riuscito
    a dirci
    che l’hai?che gli?che lo?

    (Ti amo ma posso spiegarti, G. Catalano, Miraggi ed. 2011 http://www.guidocatalano.it/)ti amo ma posso spiegarti_copertina


    Questa poesia è certamente una di quelle che mi ha fatto comprare un libro tempo tre giorni dopo averla letta. L’autore Guido, poeta e performer torinese che “porta in giro le sue poesie e la barba su e giù per l’Italia, divertendo e commuovedo le folle, specialmente le ragazze”: così recita una sintetica ma efficace biografia sul retro della bella copertina della raccolta successiva, Piuttosto che morire m’ammazzo, che richiamava silenziosa la mia attenzione dalla bancarella di Miraggi Edizioni, al BUK di Modena. Per chi ama il genere, non si può evitare di riconoscere lo stampo di un altro poeta contemporaneo, Michele Mari, e della sua raccolta Cento poesie d’amore a Ladyhawke, citazionistico, didascalico, e tormentato.Guido_Catalanodue).Con un’analoga originalità, Catalano sceglie un titolo d’amore, e che titolo, di quelli che non passano inosservati, che fanno ridere sotto i baffi anche gli anti-poetici, anti-romantici, ecc. Certo, la tendenza di abbattere cliché è più viva che mai oggi, e se questo Guido ne è soggetto, diciamo che lo sta facendo bene, nel raccontarsi buffo, ridicolo, goffo davanti al desiderio, e soggetto agli eterni dilemmi maschili sull’universo Femmina: “ho avuto più volte la certezza / che le borse delle donne /siano portali dimensionali /verso la sfera dell’entropia.”Tenerezza dissacrante ed esilaranti contorsioni linguistiche, in questa autobiografia sentimentale in poco più di cento pagine, dai titoli che sembrano film di Woody Allen e testi ricordano quelle canzoncine inventate che ci si canta fra se e sé, perché in pubblico ci si vergognerebbe. Schietto, in stile Bukowski, ma meno disilluso.E, sempre alla maniera celeberrimo Charles, forse eccessivo nel basso linguaggio colloquiale, ma questo è più che altro un complimento, dato che per la finezza sottile e divertente dei suoi lavori – sia dal punto di vista del lessico che dello stile – risulterebbero ugualmente espressive e contemporanee al punto giusto (cosa che non riesce a tutti, diciamo che ormai riesce proprio a pochi):- dimmi- hai gl’occhi inauditi- in che senso?- non ho mai udito nulla di simile- tu odi i miei occhi?- no, li amo- non odii, odi- sì l’odo- lodo?- non lodo, li odo. com’è possibile?- non so, mandano come una frequenza che captoNostalgico nella raccolta successiva, densa di amori finiti, parla forse alla stessa fanciulla quando dice:Io non so il corsivoNon so il trapanoIo non so le autoI caniNon so lo spartitoma li sapevo i tuoi occhiBeh, tutte vorremmo essere lei, in ogni caso. (E chiedo scusa per il miscuglio tra le due raccolte, non so proprio decidermi su una delle Se prima di dormire dunque vi venisse mai in mente di leggere un po’ di noiosa poesia per prendere sonno, non scegliete Catalano. Potrebbe far ridere, di un riso complice di pancia che fa alzare e accendere la tv, impacchettare i regali, ed altro. L’umorismo azzeccato e arguto di Catalano stimola la mente e il sorriso, anche nel quotidiano, anche nella noia domenicale che sembra non avere rivali. Davvero peccato che la poesia non sia roba troppo commerciale, lo sa anche lui, Guido, quando si interroga sul suo mestiere: “Una volta, quando mi dicevano che sta roba non è poesia rispondevo che anche Montale andava un sacco a capo. Non funzionava. Poi mi son convinto che non è poesia. Più che altro mi ha convinto il mio commercialista.”Per convincere invece che è proprio poesia, e per poesia intendo quella materia un po’ noiosa generata da chi sa usare come si deve le parole,  vale la pena citare la solenne e maestosa – a tratti megalomane – conclusione più o meno  autobiografica: “in caso di Giudizio Universale /sai che trip uscire dalla tomba / con Oscar Wilde a destra, Apollinaire a sinistra e che so / aiutare Édith Piaf a spostare la lapide / e andarcene a spasso insieme raccontandoci storielle/ comunque sia, per favore quando fra un centinaio d’anni tirerò le cuoia mettetemi accanto a Morrison che c’è più passaggio.”  So per certo che alcuni miei amici direbbero “Un genio, un genio”.


    Chiara Ferrari La recensione su Concretabook





    |



  3. Pubblico durante la proiezione ©2013 Concretamente Sassuolo ©Chiara FerrariEsercizi di stile in rosa della domenica sera per questo appuntamento con il Premio Artemisia che si intreccia occasionalmente con i corti “arcobaleno” di Ozu Queermaneki, creando una rete intensa di questioni femminili, anche per la consistente parte di pubblico maschile presente (male non farà, diranno le lettrici!).JULIE AU BOISo e il provocare la delusione totale di aspettative è sempre drammaticamente labile, purtroppo: non lo dico da intenditrice, ma da spettatrice, tra tante (anzi, tanti).icebergM. E. Gunst Rudolph. O di La Santa, di Lopez Fernandez. In comune hanno certamente scoperte e voglie ben contestualizzate del mondo femminile adolescente a tutte le latitudini, è chiaro a l’intento di delineare profili psicologici attraverso lunghe (forse troppo) inquadrature, che scivolano dal generale al particolare: gli eccessi – forse non così desiderati – delle serate diciottenni di Julie; le prospettive sociali e sentimentali di una ragazzina cinese con sogni di rock’n'roll negli States; la mesta accettazione sociale di un ruolo femminile della piccola cilena Maria, che di notte si taglia i capelli e indossa i boxer di papà per giocare a calcio. Tutto regolare, ma temo che manchi un “dunque”, che la bravura folasantatografica ed espressiva spesso non possono lontanamente colmare in assenza di un chiaro risvolto delle situazioni.JUNGGESELLINLinke), le reazioni scomposte ai dogmi soffocanti dei fondamentalismi religiosi in Asunciòn (C. L. Toledo),eccetera. Che spesso però non sia il “cosa” ma il “come” a fare la differenza, lo dimostra come quest’ultimo tema trovi una declinazione efficace in Bishtar az do saat (Ali Asgari), in cui una rapporto sessuale segna la condanna a morte per una giovane iraniana non asuncionancora sposa.bishtar_az_do_saatpallosa (passate il termine) che tutti schifano, quella “normale, senza glamour”, dice un testo di una canzone recente. Sto parlando del brillante e ironico canadese How to keep your job di S. Frewer, ma soprattutto di Dotty. Non me ne how_to_keep_your_day_jobvogliano le carissime Artemisie, presenti al gran completo, nel caso abbiano scelto diversamente per l’attesa premiazione del fine settimana. Insomma, a vedere Dolly passa la voglia di par condicio, roba che raccontarlo qui diventerebbe dottysoltanto uno spoiler. I neozelandesi Andrews e O’Gorman spiegano 10 minuti di racconto nell’istante che precede quelli che saranno titoli di coda accompagnati da un applauso spontaneo a sola metà serata. Andatelo pure a cercare, se non siete venuti a vederlo, fidatevi.
    Per quanto vasta possa essere una categoria che invita a creare “films about women”, sono certa che ciascun regista degli 8 corti, dal proprio angolo di mondo, si sia ben guardato dall’essere troppo vago. Ma forse non abbastanza.
    Il confine tra il lasciare un finale aperto con l’intenzione di fornire uno spunt
    E’ il caso del primo corto francese, Julie au Bois, di J. Cadieux, o dell’ultimo, Iceberg, di 
    Tenendo prese che il materiale fornito dal popolo in tema di “disagio” è quasi (e tristemente) tendenza, “già visto”: le tendenze omosessuali di Steffi in Junggesellin (A. 
    Tutto molto intenso, sospeso, fluido, esotico. Ma quando uno è bravo, quando ha un’idea, lo si vede quando sa raccontare la routine, proprio quella tipo-occidentale 




    |


  4. Un momento della presentazione
    Piano superiore della Biblioteca Cionini, sera. Occhiali a mezzaluna, uno zainetto scuro molto discreto: Francesco Rentocchini alla voce, e Claudio Ughetti alla fisarmonica, romantica e ormai affezionata. E’ l’unico preambolo, dopo la presentazione di Claudio Corrado, che solletica l’attesa e accoglie gli ultimi spettatori, ormai accalcati sul fondo della stanza.Poi un carteggio, una storia d’amore di quelle lasciate nero su bianco apre le letture di Francesco: un amore anni ’30, tra un professore di filosofia, Martin e un’allieva, Hannah, più noti per i cognomi Heidegger – citato in Del perfetto amore – e Arendt. Versi di tenerezza e sensi di colpa, che il poeta interpreta più con intonazione, non ama dilungarsi in spiegazioni, ci lascia smaltire, elaborare il succo delle parole. Dalle lettere acerbe e clandestine di due giovani, il poeta passa a sfogliare un celebre Quaderno di quattro anni che raccoglie ormai l’intero bagaglio sentimentale ed esistenziale di un Montale negli ultimi anni della sua vita, controverso ed originale con la riflessione controversa de I Ripostigli:  “[…]intanto restava una nube / quella dei tuoi capelli e quegli occhi innocenti che contenevano tutto e anche di più / quello che non sapremo mai noi uomini forniti di briquet / di lumi no.” Ironico e colloquiale, cela dietro giochi di parole le riflessioni filosofiche più profonde, e le confessioni dell’amore più carnale. Scivolando su altre pagine, Rentocchini propone una linea altrettanto ironica e moderna, ma intrisa dell’assolutezza dell’amore stilnovista e provenzale, fatto proprio da Giovanni Giudici, e rielaborato con maestria e raffinatezza in Salutz, a metà degli anni Ottanta.Si chiude come un cerchio la prima sezione di letture con un altro innamorato, Giovanni Raboni, e con i versi per la sua Patrizia (Valduga), a cui parla con una delle sue Canzonette mortali: “Io che ho sempre adorato le spoglie del futuro / e solo del futuro, di nient’altro / ho qualche volta nostalgia / ricordo adesso con spavento / quando alle mie carezze smetterai di bagnarti, / quando dal mio piacere sarai divisa e forse per bellezza / d’essere tanto amata o per dolcezza / d’avermi amato / farai finta lo stesso di godere.” Il lato rituale ed erotico dell’amore vibra così nelle parole del Rentocchini, prima di essere velatamente sopraffatti dalla fisarmonica che ancora una volta scandisce l’inizio di un’altra sezione, dedicata ai poeti viventi.Il Maestro Rentocchini con Claudio UghettiPrendendo in prestito la voce di Antonella Anedda, Francesco mostra come anche la devozione alla scrittura, così come fa l’amore, diventi atto di egoismo ed altruismo insieme: “Se ho scritto è per pensiero / perché ero in pensiero per la vita / per gli esseri felici /stretti nell’ombra della sera /per la sera che di colpo crollava sulle nuche. / Scrivevo per la pietà del buio / per ogni creatura che indietreggia / con la schiena premuta a una ringhiera / per l’attesa marina – senza grido – infinita.”  Di scrittura ed amore ragiona inoltre rubando un componimento alle pagine dell’Ospite incallito di Erri De Luca, in cui consiglia “Scrivi amore senza nominarlo, la precisione sta nell’evitare. / […] Il lanciatore di coltelli tocca da lontano, / l’errore è di raggiungere il bersaglio, la grazia è di mancarlo.” Fermezza mai arrogante, quella dell’intellettuale napoletano, di cui si avvale il poeta sassolese: ci confida di farlo per giustificare il suo ricorrente “girare intorno” al tema Amore, sul quale raramente si pronuncia in modo esplicito in poesia – come De Luca, ama “girarci intorno”. Inizia poi con un velo di nostalgia, quasi si trattasse di autobiografia, la lettura di Nella borsetta di mia madre, del giovane compaesano Francesco Genitoni. Sono versi a metà tra una narrazione ed un elenco di oggetti, che ad ogni elemento collega un ricordo, una frammento emotivo di quel noto amore-odio che si nutre per chi ci mette al mondo. Rentocchini ci fa accomodare ora nella Sala D’Attesa in cui si cofessa il giornalista bolognese Matteo Marchesini: “Per un po’ proviamo / il gioco di chi resiste di più immobile, / di chi ride per primo. Ma l’amore / della coppia qui sotto ci dà torto, / lo specchio scopre quello che non sei, / tu quello che non so. Tutto è volubile /a trent’anni, al tocco delle sei.” Una simile maturità espressiva in materia non poteva passare inosservata all’occhio attento del poeta del perfetto amore, anch’esso finalmente introdotto dalla sonora maestria di Ughetti. Tra i suoi 76 sonetti, Rentocchini sceglie Il lago, quello “della notte, sia ben chiaro, / dove nessuno sa e ciascuno crede […] / vivere uguale farsi respirare / in cecità ed amore da quel nero; / capita allora a volte nel mistero / che concavo e convesso all’improvviso / si abEmilio Rentocchinibraccino nel buio e siano, sono, un noi perfetto”. Incantevoli continui passaggi da forme fisiche ad astrazioni virtuose e a tinte cupe, in contrasto con il candore di certe immagini, come quella Alla fermata:  “sento cinguettare / tiro su gli occhi e vedo becchi gialli, code marroni e dico – tra me – vacca! Ve’ me’, l’amore, ve’ mo’: va’ mo’ là a imparare”. Amore animale, carnale, perchè “Le cose sublimi cominciano / dal basso, dall’alto soltanto le / cadute, punto.” Non di cadute, ma di fughe tratta l’ultima lettura della terza sezione, Otranto, ideale rifugio dall’aria viziata dove non è mai stato, e dove non scappa da solo: “amarti è un’esperienza da entomologo, / dolce e feroce aprire e farsi aprire / il petto dallo spillo che somiglia / al filo dell’oriente oltre la Puglia.”; e ancora parla di viaggio, di quelli brevi e rituali, in coda Dietro un tir, “fino a Roteglia / così posso pensarti senza fretta / […] perfetta e in ciò contraria alla mia storia / eppure mia nel sacro del mio io, / immersa in me, mi manchi e dai poesia”. E’ di nuovo poi la fisarmonica a introdurre l’ultima parte della serata dedicata alle ottave  in dialetto – “ho ricominciato a scrivere ottave”, dice – quelle che appartenevano alle sue prime produzioni. Vuole chiudere -  “i vecchi si devono ritirare”, dice ironico, ma neanche troppo – con qualcosa che sappia di inizio,  e quindi niente di meglio delle ottave, già di per se’ circolari. Pensieri riordinati in Stanze di Confine, come ha chiamato il suo libro, suo nel vero senso della parola, poiché è un quaderno inedito, ed esiste solo quello. Le legge sia in italiano, che in dialetto, ma preferisce quest’ultimo, più vero, più dolce, anche più doloroso, perché sa di casa sua; conferisce atemporalità alle parole, perché è una lingua mitica e ondulata, “un brusio”. Nonostante ricorra il tema della morte, egli esplora punti in cui la vita è continuamente rigenerata: l’inizio di settembre in città, l’erba che cresce, la pioggia, la sacralità del tutto, quel sacro di cui la sua generazione – “oggi molto meno, o mi sbaglio?”, dice – quotidianamente si nutriva, e la nascita. Non la nascita in sé, ma gli attimi precedenti, in cui succede quel che succede, e che nessuno sa, che per il poeta sono la sostanza di ogni discorso filosofico. I due artisti con un sorriso, molti saluti e una Milonga della fisarmonica, chiudono la serata. E noi con un grazie.

    Chiara FerrariLa recensione su Concretamente.

    |


  5. Siamo quasi tre soli a questo mondo
    Se il mattino si aggiunge ai due respiri
    Nella stanza che manca di persiane.
    .
    sotto_fasi_lunariDire tutto, in tre righe: fatto. Resta solo la voglia di immaginare la scena, e ci si chiede chi sia lei, e che cosa ci facciano insieme, o forse me lo chiedo io perché la curiosità è donna. E Giorgio Casali, l’autore di questo libro, pare se ne intenda, mentre fonde la materia femminile e materia lunare, annodandole bene a modo come vuole la meglio tradizione popolare. Le parole sono talmente evidenti che quasi vi è un’ansia di onestà e chiarezza, che utilizza per rivelare mille peccati e nemmeno un peccatore, fedele tanto ai segreti profani quanto a Dio. Un confessionale – a Giorgio piacerebbe certamente uno di quelli vecchi, in legno – di consuetudini passionali, scoperte e consumate tra le pieghe dell’anima e della carne. Ritualità e anticonformismo convivono senza scalfire la personalità precisa di Casali che rivela ritagli netti di paesaggi e pulsioni.
    La sua è una spiritualità di strada (di tangenziale, veramente), di chi gode della vista di cose in transito, con il semaforo rosso come pretesto per ritardare il ritorno a casa; di chi in macchina a volte ci dorme, di sedili e poggiatesta macchine piegati sotto l’effetto soporifero di una notte non proprio giovane, “regolati su frequenza sogno in stereo”.
    Il navigatore con satellite lunare tratteggia una mappa di sensazioni già e non ancora consumate e di desideri impertinenti confessati su carta, come lettere a Babbo Natale: “Voglio […] essere colto di sorpresa / appena passata la curva in salita / spiarti dietro i rami del cipresso / scaldarti con il fumo della mia preghiera”. Bambino nella ricerca del nuovo, del fare, adulto nella consapevolezza di ciò che è o è stato – “l’amore, beh, quello matura, s’invecchia”.
    .
    Ed ora si può andare a dormire
    L’hanno messa alla radio la canzone
    Nello spazio richieste della sera
    .
    .
    Chiara Ferrari

    |



  6. …sono convinto che l’entusiasmo sia una delle virtù migliori, perchè è contagioso. Anche la depressione e il cinismo sono contagiosi, a dire la verità, ma da quella parte i posti mi sa che sono già tutti occupati.


    Scomodo a sapersi. Ma d’altra parte secondo Orwell – che non è mica il primo che passa – la libertà di stampa vera è dire alla gente quello che non vuole sentirsi dire, e l’autore di questo libro altri non è che un giornalista, e non uno qualunque.
    Mario Calabresi dopo il suo Spingendo la notte più il là, con una variazione sul tema cerca di spiegare cosa tiene accese le stelle, e per convincerci c’è ancora tanto combustibile, prende dei testimoni contro un moderno imputato che Lorenzo Cherubini, in una delle interviste che danno vita al libro, chiama “La cultura della lamentela (…). Innamorarsi delle proprie sfighe è rassicurante e ti fa vivere in un territorio protetto, in un mondo che riconosci e ti rassicura. Ogni epoca impone una forma di resistenza, la nostra è non essere lamentosi.”E qui il pensiero del neolaureato va alle tastiere logorate dalla stesura di innumerevoli curricula. Quello dei genitori alle notti logorate dalle ore piccole dei figli. Quello della casalinga alle mani logorate dalle borse della spesa (che adesso sono sottili, ecologiche, che adesso si rompono se ci metti troppa roba dentro). Ognuno ha le sue, come si dice, e tutto è lecito, ci mancherebbe. Desiderare qualcosa di meglio è necessario, ma è il come lo si fa, è si passa il viaggio che fa la differenza, come si ricorda il prima e come si spera per il dopo. L’autorevolezza di questo libro non sta nel predicare, ma nel solleticare, che è molto peggio. La predica stanca, la pulce nell’orecchio stuzzica.E lo sguardo che propone non è certo disilluso, ma nemmeno ingenuo, solo obiettivo, nel suo proporre in modo diretto ed essenziale un piccolo manuale dei pro e i contro del “si stava meglio quando si stava peggio”. Insomma, se proprio si vuole trovare una giustificazione per ristagnare, che sia almeno una leggera febbre. Il resto è una filastrocca: “tanto tutto va male”, “tanto non c’è niente da fare”, per non parlare del PIL, il traffico, la spesa, il mal di vivere, la disoccupazione, il governo, lo spread – un mio amico, vi assicuro, poco tempo fa stava per ordinarlo al posto dello Spritz. Per tenere accese le stelle, pare, basta una botta di vita ogni tanto, che significa andare controcorrente, certo. D’altra parte l’alternatività è moda, o no?Mi permetto di scomodare Flaubert per concludere: “Fate attenzione alla tristezza. E’ un vizio.” A buon intenditore, si sa.
    La recensione su Concretabook

    |




  7. Terra è bellezza, è casa: la nuova ricetta Ozu non sbaglia ingredienti. La sera del 9 Novembre, Fiorano fa del suo teatro il luogo di apertura dei concorsi con il Premio Emilia Romagna, impasto di cittadini e pellicole nostrane, impasto che restituisca stampo e forma delle idee dei talenti in gara. Ozu Film Festival, assieme all’Assessorato alla Cultura dell’Emilia Romagna e a Emilia Romagna Film Commission, seleziona per il suo debutto i corti segnalati dai maggiori festival della nostra regione, rappresentata dall’Assessore Massimo Mezzetti. I primi spettatori dell’OZU vengono accolti da buffet, bevande e fotografia: inaugura così la mostra Ieri, Oggi, Domani, sui luoghi del cinema dell’Emilia Romagna catturati e

    incorniciati da Francesco Boni, Melissa Iannace e Cristina Pancali, in un perimetro fotografico che circonda l’atmosfera di festa che di lì a poco sarebbe stata seguita dal concorso. Enrico Vannucci, in qualità di direttore artistico, spezza l’attesa ed invita sul palco l’Assessore Busani accompagnato dai tre giurati. Con le loro parole si da il via a Ozu Specials, la prima parte della serata che vedrà in gara nove cortometraggi. A luci spente, l’inizio della proiezione è segnato da immagini della periferia di La Havana: si tratta di Los aviones que se caen, il lavoro di Mario Piredda, scorcio sui sogni di gloria di un ragazzino cubano appassionato di baseball, intirmorito ed affascinato al contempo dalle traiettorie degli aeroplani. Non può fare a meno di domandarsi se 

    giungeranno a destinazione, fino a quando un conoscente non risponderà in qualche modo ai suoi dubbi con poche parole: se il pilota è bravo, il viaggio riuscirà, e allo stesso modo, un grande campione non potrà che avere successo. “Chi ha talento, va ovunque”, recita la citazione più incisiva del corto, pronunciata con un approccio tanto colloquiale quanto solenne. Con il secondo cortometraggio, Quell’estate al mare, cambia radicalmente lo scenario marittimo. Lo sfondo decisamente meno esotico della riviera romagnola fa da cornice al lavoro di Anita Rivaroli impreziosito dalla partecipazione di Roberto Citran. Impossibile non restare colpiti dalla delicatezza con cui la regista fa trasparire una condizione infantile difficile, la colonna sonora precisa e mai invadente, e la trama toccante e intensa riesce a fare sorridere senza 

    perdere la profondità del pensiero trasmesso. Forse per queste ragioni si aggiudicherà a fine serata il Premio della Stampa davanti ad un pubblico che certamente si aspettava un riconoscimento particolare.


    Il terzo corto, dopo due opere estremamente verosimili, si presenta sottoforma di uno stop- motion a cura di Monica Carozzi. I fotogrammi certamente suggeriscono una delle caratteristiche che rende tanto interessante il lavoro dei registi protagonisti dell’OZU, ovvero l’estrema originalità e soggettività artistica e tecnica che dona un taglio unico e deciso ad ogni corto. Il titolo singolare, I vestiti nuovi dell’imperatore, le parole ritagliate e i collage di foto antiche e immagini colorate 

    cartacee restituiscono lo stampo fiabesco dato dalla fonte ispiratrice del film, ovvero un racconto di Hans Christian Andersen.


    Il quarto in gara nonché vincitore del Premio Emilia Romagna è amore a prima vista per i presenti, in platea e dietro le quinte. La splendida fotografia, l’originalità del titolo che introduce e lega le sequenze dell’opera, l’innovativa idea che si mescola alla vena tradizionale e contadina del contenuto, assicurano il trionfo del (lungo) cortometraggio di Marco Landini e Gianluca Marcon. Ortobello è infatti il primo concorso di bellezza per orti di contadini emiliani, che si raccontano, raccontano 

    spontanei e divertenti come sono cresciuti, e cosa cresce ora nella loro terra. All’uscita dal teatro non si parlerà che della rilevanza dei dettagli, dei gesti amorevoli degli anziani verso i prodotti della terra, del rumore della natura e delle chiacchiere lasciati spesso a fare da colonna sonora, e soprattutto di quanto ci si sia divertiti. E un insegnamento che sintetizza lo spirito dell’opera: “All’orto devi dare da mangiare come mangi tu”.


    Ortobello è seguito da Quello che resta di Andrea Bacci, dai toni decisamente diversi e a mio avviso, meno convincenti, specialmente per quanto riguarda la recitazione. Condizione necessaria ma non sufficiente per rendere apprezzabile tale corto è la presenza di Nicolas Vaporidis. Per rendere interessante il lavoro sarebbe stato necessario slegarlo dal genere a cui è solitamente legato l’attore: la trama inverosimile non è stato un espediente valido per dare un senso onirico o filosofico a una storia che come base e come risultato (non tenico, chiaramente) è decisamente scarso. Non entusiasmante ma più spontaneo, secondo il mio punto di vista, è stato il procedere di Fine Settembre di Alessandro Tamburini, nonostante l’idea sia in questo caso interessante: quattro vite e due storie d’amore di due generazioni 

    molto distanti nel tempo si incrociano sullo sfondo di un paese rustico che favorisce una fotografia calda e familiare. Le analogie e differenze sono raccontante e ricamate da sequenze e piacevoli immagini , spesso metaforiche, come sul finale, che rimane comunque piuttosto scontato. La serata continua con il corto d’animazione 

    Silenziosa-mente, frutto della fantasia della giovane Alessia Tavaglini. Secondo la mia inesperta lettura, trovo che la regista abbia voluto dare vita a disegni surreali ed onirici per denunciare il pressapochismo, la vacuità e l’aggressività della comunicazione sia pubblica che privata. Notevole lo stile grafico, tuttavia il simbolismo a tratti oscuro, a tratti artificioso e non convincente, il pessimismo permeante ogni sequenza, l’argomento ormai diventato per tutti pensante e stantio, non mi hanno permesso di

    apprezzare l’opera nel complesso. Quasi lo stesso dicasi per il seguente, Cose Naturali di Germano Maccioni, nonostante la professionale interpretazione di Roberto Herlitzka. Si ritorna alla macchina da presa e attori in carne ed ossa, questa volta alle prese con ossessioni più o meno eleganti e drammi di un quasi ottantenne che si fa chiamare Lucrezio, e compone poesie recitate dalla sua voce, ad intervalli fra l’evolversi della vicenda. Anche in questo caso la

    disillusione guida la vicenda: l’età del protagonista può giustificarla, però trovo si sia un po’ saturi di chi ostenta ancora il lato cinico seppur romantico dello scorrere del tempo. Interessante invece la risposta cheHerlitzka nei panni del protagonista fornisce al figlio in difficoltà, per tranquillizzarlo: “Le cose illuminano le cose”.


    L’ultima proiezione se la aggiudica Nei suoi panni, di Matteo Mignani, con una verve ironica e divertente di un ragazzo un po’ imbranato durante una seduta psicanalitica. Convincente l’interpretazione del protagonista che descrive come ciò che lo blocca nell’avvicinare la donna dei suoi sogni si rifletta in un sogno ricorrente in cui viene sommerso da carte “due di picche”.

    La premiazione partecipata ed entusiasta scandisce l’inizio della seconda parte della serata, quella dedicata agli Ozu Locals, ovvero corti realizzati da registi appartenenti ai sette comuni coinvolti nel Festival. Viene riproposto, sulle prime battute, il corto di Carrozzi, seguito da “La repubblica delle donne” di Azzurra Lugari: una panoramica su Piandelagotti e San Pellegrino in Alpe, teatro delle vite 

    quotidiane di alcune anziane. Non male come idea, ma dopo il meraviglioso Ortobello, questo si è certamente seguito a fatica, essendone sulla falsa riga. Degne di nota nel corso della serata: l’irriverente idea in bianco e nero del realizzatore di Pauli Cafè, Marco Castellano, incentrata sulle grottesche vicende di assidui frequentatori da bar, e la poesia di voci, suoni e figure sfocate di Go burning atacama go di Alberto Gemmi, che chiude il mini concorso. Un susseguirsi di pellicole di famiglia che mostrano vite passate fanno da sottofondo a parole dedicate ad un amico scomparso. Un lavoro di buon gusto, scaturito da una vicenda triste ma trasmesso con delicatezza e discrezione ed accompagnato da una splendida poesia del regista. L’amalgama di suono e colore regala un momento romantico ed autentico, non fine a se’ stesso. Per la premiazione dei Locals, però, si attenda la fine del Festival, e nel frattempo, dunque si venga al Festival.



    Chiara Ferrari
    Fotografia di Francesco Martignoni

    | Ubicazione: Sassuolo MO, Italia


Powered by Blogger.

Popular Posts

Lettori fissi

Blogroll

Blogger templates

Blogger news

Cerca nel blog